RICORRE
IL VENTENNALE DELLA SCOMPARSA DEL PIU GRANDE NARRATORE DELLA ROMAGNA
DELLOTTO-NOVECENTO
di Walter Della Monica
Orsono ventanni finiti che moriva, nel dormiveglia pomeridiano, a
89 anni, seduto nellabituale poltrona di vimini della sua vecchia casa di Faenza in
via Mura Cappuccine, Francesco Serantini, lultimo narratore e testimone di una
Romagna paesana, lautentico scrittore, anche se "di complemento" che, come
nessuno, ha raccontato la Romagna minima fra lOtto-Novecento con tanta forza e
verismo poetici.
La critica ha tutto il tempo di verificare non tanto la già
riconosciuta validità critica (Pancrazi, Cecchi, De Robertis, Vergani, ecc.), ma la
tenuta della sua opera rivelatasi a sessantanni di età, quando stava per concludere
la sua lunga attività professionale di affermato avvocato penalista. Ma per ora si può
tranquillamente affermare che Serantini fu il vero e unico grande interprete e
raccontatore della Romagna, che fermò impareggiabilmente sulla pagina ciò che oggi è
già storia, leggenda, favola. Il "Fucile di Papa della Genga",
"LOsteria del Gatto parlante" (luno e laltro Premio Bagutta, e
quando il Bagutta era il più importante premio italiano), gli altri libri che seguirono
(cinque dei quali pubblicati da Garzanti) e i racconti, e gli elzeviri del Corriere e del
Carlino, sono la dimostrazione evidente del suo modo di trasformare, nel senso classico
dellars poetica, un piccolo mondo popolato di gente umile e semplice, un ambiente
povero e spesso ingrato, dove la vita trascorreva lenta e dura. E che ammorbidiva le sue
durezze col passatempo di ritrovarsi a conversare fra amici, che rievocavano incontri e
luoghi lontani soltanto per guerre e battaglie combattute, avventure di sangue, fatti e
misfatti amorosi, vicende di briganti e di fame, e fantasiosi racconti di caccia e di
pesca. Il tutto in uno sfondo di antichi e immobili paesaggi di paludi, di valli e di
larghe distese. Luoghi dove si sfiancava e sfioriva la vita di quellumanità ignota
e ignorante, di quei personaggi che solo Serantini ha saputo far rivivere in una colorita
e viva presenza, altrimenti dimenticata e senza storia. E mai cedendo alla nota
pateticamente dolciastra, al dialettale e strapaese nostalgici e retorici, ma piuttosto
ravvivando nella sua personale, inimitabile prosa classicheggiante il
lessico romagnolo al quale seppe conferire nobiltà letteraria e una straordinaria potenza
figurativa e fonica.
Da quando lamatissima moglie, Mimì, lo lasciò solo un anno a
mezzo prima, dopo oltre mezzo secolo trascorso assieme, Serantini viveva in una volontaria
solitudine che stringeva il cuore.
Lo rivediamo nello stesso modesto tinello tre per tre (la vecchia
credenza coi vetri bombati, alcune stampe, un arazzo alla parete ricamato a mano da
Mimì), seduto nella poltrona di vimini con un volume di storia del Cantù aperto sulle
ginocchia. Sul tavolo rotondo col panno verde, alcune buste col timbro postale di qualche
tempo fa, un rotolo intatto con alcune copie di un giornale, le penne che non scrivevano,
e le imposte socchiuse della finestra che lasciava passare appena una spera di sole che si
perdeva contro la credenza. Cera anche il libro che gli avevamo portato la volta
prima, i "Lirici greci" tradotto da Quasimodo, perché li confrontasse con
quelli di Manara Valgimigli dei quali ogni tanto amava dirci qualche frammento in greco.
Era lultima volta che ci saremmo visti, e niente lasciava pensare
che di lì a poco ci avrebbe lasciati. Prima di uscire volle trattenerci in disparte, da
soli, per confidarci che aveva disposto di lasciarci qualcosa prima di morire. Un dono, un
suo ricordo, cui aveva sempre tenuto in modo particolare come fosse, disse, una reliquia.
Noi gli chiedemmo di cosa si trattasse e gli dicemmo che non cera fretta.
A tanti anni di distanza quella reliquia, una rara e originale
litografia dellepoca (forse lunica ancora esistente) che ritrae in piedi
Stefano Pelloni, è appesa qui, sempre a quella stessa parete di casa, per ricordarci non
tanto il Passatore quanto il suo più famoso storico, che evocò con documentata verità
ma anche con paterna indulgenza, vita, imprese e morte di quel "formidabile
bandito" a lui legato per sempre.
LA STUDIOSA BRESCIANA GRAZIELLA MALGARETTI HA CURATO LA BIOGRAFIA DI
SERANTINI
Un omaggio al famoso avvocato-scrittore
Per il ventennale della scomparsa di
Francesco Serantini, è uscita per conto di Longo Editore, una biografia dedicata al
grande scrittore romagnolo, a cura della studiosa bresciana Graziella Malgaretti.
Il documentatissimo lavoro vuole essere un omaggio al famoso
avvocato-scrittore che ha saputo occupare nonostante letà già avanzata
un posto di rilievo nella narrativa italiana, dopo che il Premio Bagutta lo rivelò
attribuendogli un doppio riconoscimento: nel 1949 per "Il fucile di Papa della
Genga" (opera prima) e nel 1952 per "Losteria del Gatto parlante"
(opera principale).
Serantini, autore di otto volumi, cinque dei quali pubblicati da
Garzanti, fu anche una firma di rilievo sulle pagine letterarie di alcuni importanti
quotidiani e riviste.
Con questa biografia, è stata, per la prima volta, sistematicamente
analizzato lapparato critico e testuale dellopera serantiniana, con
particolare attenzione al percorso spirituale del suo autore. Ne è uscito un autentico,
serio, ben articolato ritratto umano e letterario di quello che può essere considerato,
per stile e qualità di scrittura, il più grande narratore della Romagna
dellOtto/Novecento.
Opere in volume
"Fatti memorabili della banda del Passatore in terra di
Romagna", Faenza, Lega, 1929; "Il fucile di Papa della Genga", Milano,
Garzanti, 1948; "Losteria del Gatto parlante", idem, 1951; "I
bastardi", idem, 1955; "Le nozze dei diavoli", idem, 1957; "La casata
dei Gobbi", idem, 1958; "Racconti" (a cura di Giovanna Bosi Maramotti),
Bologna, Calderini, 1970; "Fatti memorabili della banda del Passatore in terra di
Romagna" (nuova edizione), Ravenna, Il Girasole, 1973; "Il fucile di Papa della
Genga" e "Losteria del Gatto parlante" (edizione economica), Milano,
Garzanti, 1974; "Addio alle valli" (a cura di Walter Della Monica), Ravenna, Il
Girasole, 1981; I romanzi di Serantini (2 voll.): "Il fucile di Papa della
Genga" / "I bastardi"; "Losteria del Gatto parlante" /
"La casata dei Gobbi" (su licenza Garzanti a cura di Walter Della Monica),
Ravenna, Il Girasole, 1989.
Il successo a
sessantanni
Francesco Serantini, nato a Castelbolognese (Ravenna) il 24
settembre del 1889 è morto l11 maggio del 1978 a Faenza (Ravenna), dove aveva
sempre vissuto ed esercitato la professione di avvocato.
Il suo straordinario successo letterario, che gli giunge
inaspettatamente a sessantanni detà, fu dovuto al breve romanzo "Il
fucile di Papa della Genga" del 1948 (tratto da un precedente studio sulle vicende
del Passatore pubblicato nel 1929) che fu accolto con calorosi consensi critici e che,
lanno dopo, vinse il Premio Bagutta (opera prima).
Eguale successo si rinnovò con "Losteria del Gatto
parlante" al quale fu attribuito nel 1952 il Premio Bagutta (opera principale) e di
cui si occuparono i critici più autorevoli, in particolare Pietro Pancrazi, Emilio
Cecchi, Giuseppe De Robertis, Carlo Bo.
Serantini scrisse anche numerosi racconti e fini rievocazioni storiche
su alcuni importanti quotidiani e riviste nazionali. |