Ritorna al sommario... QUINDICINALE DI LIBERA INFORMAZIONE
N. 6 DEL 3 APRILE 1999

La reliquia di Serantini, lo storico del Passatore

RICORRE IL VENTENNALE DELLA SCOMPARSA DEL PIU’ GRANDE NARRATORE DELLA ROMAGNA DELL’OTTO-NOVECENTO

di Walter Della Monica

Orsono vent’anni finiti che moriva, nel dormiveglia pomeridiano, a 89 anni, seduto nell’abituale poltrona di vimini della sua vecchia casa di Faenza in via Mura Cappuccine, Francesco Serantini, l’ultimo narratore e testimone di una Romagna paesana, l’autentico scrittore, anche se "di complemento" che, come nessuno, ha raccontato la Romagna minima fra l’Otto-Novecento con tanta forza e verismo poetici.

La critica ha tutto il tempo di verificare non tanto la già riconosciuta validità critica (Pancrazi, Cecchi, De Robertis, Vergani, ecc.), ma la tenuta della sua opera rivelatasi a sessant’anni di età, quando stava per concludere la sua lunga attività professionale di affermato avvocato penalista. Ma per ora si può tranquillamente affermare che Serantini fu il vero e unico grande interprete e raccontatore della Romagna, che fermò impareggiabilmente sulla pagina ciò che oggi è già storia, leggenda, favola. Il "Fucile di Papa della Genga", "L’Osteria del Gatto parlante" (l’uno e l’altro Premio Bagutta, e quando il Bagutta era il più importante premio italiano), gli altri libri che seguirono (cinque dei quali pubblicati da Garzanti) e i racconti, e gli elzeviri del Corriere e del Carlino, sono la dimostrazione evidente del suo modo di trasformare, nel senso classico dell’ars poetica, un piccolo mondo popolato di gente umile e semplice, un ambiente povero e spesso ingrato, dove la vita trascorreva lenta e dura. E che ammorbidiva le sue durezze col passatempo di ritrovarsi a conversare fra amici, che rievocavano incontri e luoghi lontani soltanto per guerre e battaglie combattute, avventure di sangue, fatti e misfatti amorosi, vicende di briganti e di fame, e fantasiosi racconti di caccia e di pesca. Il tutto in uno sfondo di antichi e immobili paesaggi di paludi, di valli e di larghe distese. Luoghi dove si sfiancava e sfioriva la vita di quell’umanità ignota e ignorante, di quei personaggi che solo Serantini ha saputo far rivivere in una colorita e viva presenza, altrimenti dimenticata e senza storia. E mai cedendo alla nota pateticamente dolciastra, al dialettale e strapaese nostalgici e retorici, ma piuttosto ravvivando – nella sua personale, inimitabile prosa classicheggiante – il lessico romagnolo al quale seppe conferire nobiltà letteraria e una straordinaria potenza figurativa e fonica.

Da quando l’amatissima moglie, Mimì, lo lasciò solo un anno a mezzo prima, dopo oltre mezzo secolo trascorso assieme, Serantini viveva in una volontaria solitudine che stringeva il cuore.

Lo rivediamo nello stesso modesto tinello tre per tre (la vecchia credenza coi vetri bombati, alcune stampe, un arazzo alla parete ricamato a mano da Mimì), seduto nella poltrona di vimini con un volume di storia del Cantù aperto sulle ginocchia. Sul tavolo rotondo col panno verde, alcune buste col timbro postale di qualche tempo fa, un rotolo intatto con alcune copie di un giornale, le penne che non scrivevano, e le imposte socchiuse della finestra che lasciava passare appena una spera di sole che si perdeva contro la credenza. C’era anche il libro che gli avevamo portato la volta prima, i "Lirici greci" tradotto da Quasimodo, perché li confrontasse con quelli di Manara Valgimigli dei quali ogni tanto amava dirci qualche frammento in greco.

Era l’ultima volta che ci saremmo visti, e niente lasciava pensare che di lì a poco ci avrebbe lasciati. Prima di uscire volle trattenerci in disparte, da soli, per confidarci che aveva disposto di lasciarci qualcosa prima di morire. Un dono, un suo ricordo, cui aveva sempre tenuto in modo particolare come fosse, disse, una reliquia. Noi gli chiedemmo di cosa si trattasse e gli dicemmo che non c’era fretta.

A tanti anni di distanza quella reliquia, una rara e originale litografia dell’epoca (forse l’unica ancora esistente) che ritrae in piedi Stefano Pelloni, è appesa qui, sempre a quella stessa parete di casa, per ricordarci non tanto il Passatore quanto il suo più famoso storico, che evocò con documentata verità ma anche con paterna indulgenza, vita, imprese e morte di quel "formidabile bandito" a lui legato per sempre.

 

LA STUDIOSA BRESCIANA GRAZIELLA MALGARETTI HA CURATO LA BIOGRAFIA DI SERANTINI

Un omaggio al famoso avvocato-scrittore

Per il ventennale della scomparsa di Francesco Serantini, è uscita per conto di Longo Editore, una biografia dedicata al grande scrittore romagnolo, a cura della studiosa bresciana Graziella Malgaretti.

Il documentatissimo lavoro vuole essere un omaggio al famoso avvocato-scrittore che ha saputo occupare – nonostante l’età già avanzata – un posto di rilievo nella narrativa italiana, dopo che il Premio Bagutta lo rivelò attribuendogli un doppio riconoscimento: nel 1949 per "Il fucile di Papa della Genga" (opera prima) e nel 1952 per "L’osteria del Gatto parlante" (opera principale).

Serantini, autore di otto volumi, cinque dei quali pubblicati da Garzanti, fu anche una firma di rilievo sulle pagine letterarie di alcuni importanti quotidiani e riviste.

Con questa biografia, è stata, per la prima volta, sistematicamente analizzato l’apparato critico e testuale dell’opera serantiniana, con particolare attenzione al percorso spirituale del suo autore. Ne è uscito un autentico, serio, ben articolato ritratto umano e letterario di quello che può essere considerato, per stile e qualità di scrittura, il più grande narratore della Romagna dell’Otto/Novecento.

Opere in volume

"Fatti memorabili della banda del Passatore in terra di Romagna", Faenza, Lega, 1929; "Il fucile di Papa della Genga", Milano, Garzanti, 1948; "L’osteria del Gatto parlante", idem, 1951; "I bastardi", idem, 1955; "Le nozze dei diavoli", idem, 1957; "La casata dei Gobbi", idem, 1958; "Racconti" (a cura di Giovanna Bosi Maramotti), Bologna, Calderini, 1970; "Fatti memorabili della banda del Passatore in terra di Romagna" (nuova edizione), Ravenna, Il Girasole, 1973; "Il fucile di Papa della Genga" e "L’osteria del Gatto parlante" (edizione economica), Milano, Garzanti, 1974; "Addio alle valli" (a cura di Walter Della Monica), Ravenna, Il Girasole, 1981; I romanzi di Serantini (2 voll.): "Il fucile di Papa della Genga" / "I bastardi"; "L’osteria del Gatto parlante" / "La casata dei Gobbi" (su licenza Garzanti a cura di Walter Della Monica), Ravenna, Il Girasole, 1989.

 

 Il successo a sessant’anni

Francesco Serantini, nato a Castelbolognese (Ravenna) il 24 settembre del 1889 è morto l’11 maggio del 1978 a Faenza (Ravenna), dove aveva sempre vissuto ed esercitato la professione di avvocato.

Il suo straordinario successo letterario, che gli giunge inaspettatamente a sessant’anni d’età, fu dovuto al breve romanzo "Il fucile di Papa della Genga" del 1948 (tratto da un precedente studio sulle vicende del Passatore pubblicato nel 1929) che fu accolto con calorosi consensi critici e che, l’anno dopo, vinse il Premio Bagutta (opera prima).

Eguale successo si rinnovò con "L’osteria del Gatto parlante" al quale fu attribuito nel 1952 il Premio Bagutta (opera principale) e di cui si occuparono i critici più autorevoli, in particolare Pietro Pancrazi, Emilio Cecchi, Giuseppe De Robertis, Carlo Bo.

Serantini scrisse anche numerosi racconti e fini rievocazioni storiche su alcuni importanti quotidiani e riviste nazionali.