“Bizantina ars”
Capolavori di tempo e pazienza, ma anche di u na raffinata abilità. Ogni anno la passione contagia dalle 25 alle 35 donne
di Valeria Giordani
Una forma d’arte praticabile dalle donne è stata da sempre quella legata a una manualità casalinga, fatta di ago e filo, tanto tempo e pazienza, lunghe attese di qualcuno o di qualcosa, tempo scandito dal ticchettìo della pendola e penombre di interni e verande.
In questi manufatti che raramente salgono agli onori della critica le donne hanno speso generazioni, raggiungendo nella ripetitività del gesto una perfezione sorprendente, e investendo non solo tempo, ma anche autentica creatività. E all’ombra dei campanili e dei millenari monumenti ravennati ha preso forma negli ultimi decenni un’arte, anch’essa tutta ravennate, del ricamo. A Ravenna questa arte si è tipicizzata con tinte e tele caratteristiche, e dai motivi decorativi di cui il patrimonio artistico cittadino è così ricco in balaustre, capitelli, transenne, tralci e decori, ha tratto le sue forme caratteristiche. Si è chiamata, infine, “Bizantina ars”.
Il fenomeno dei ricamo risorge via via nella storia parallelamente al fenomeno sociale del ritorno tra le pareti domestiche delle donne delle
classi medie ed elevate: conobbe la perfezione nei cinque secoli dopo l’anno Mille - dicono gli esperti - e riprese massicciamente nelle case borghesi dell’800. In quel periodo si formarono tradizioni locali a Venezia, Bologna, nelle Marche. Ma fu nel periodo che seguì la prima Guerra Mondiale che a Ravenna un gruppo di signore dell’Azione Cattolica ( principalmente le sorelle Nerina e Rosalia Poggiali) decise – diremo oggi - di “inventarsi qualcosa per offrire una formazione professionale” a donne che in quel periodo ne avevano davvero bisogno. Non si conosce la data esatta di nascita, ma si ha notizia della scuola di ricamo “Bizantina ars” con il nome di “Scuola della Piccola Provvidenza” nel 1927.
Da allora l’ago continua a passare su e giù per tele di lino dalla trama fitta e perfetta, disegnando generalmente in azzurro o ruggine motivi simbolici del cristianesimo e dell’eternità (foglie di acanto, zampilli d’acqua, tralci, ghirlande, palme, agnelli, cervi, colombe, pavoni) o decorativi, ricalcati da transenne, sculture, balaustre, capitelli, e perfino dai bassorilievi d’avorio del magnifico trono di Massimiano. Motivi adattati da Alberta Pironi, che è stata l’insegnante più importante della vita della scuola, ridimensionata per i contraccolpi dei tempi, principalmente l’abbandono di attività poco remunerative in rapporto al tempo necessario, l’entrata in vigore di una legge sull’apprendistato, e anche una limitata conoscenza dell’esperienza, emersa e valorizzata più tardi con mostre, iniziative, e anche riconoscimenti. Alla fine degli anni Ottanta, fu un concorso indetto dal Lions Club a premiare la Bizantina Ars come “Monumento da salvare”.
Erano gli anni del “riflusso”, che portavano a ricollocare al posto opportuno i prodotti di una cultura liquidati con giudizi troppo frettolosi. Nel frattempo, la scuola ravennate aveva prodotto una quantità di corredi
privati, ricamati da allieve che superavano anche la trentina per classe, arredi tessili sacri (destinati anche all’Università Cattolica), aveva eseguito commissioni importanti per famiglie patrizie e - curiosità citata nel materiale promozionale della scuola - l’ Ambasciata di Madrid.
Oggi è il CIF (Centro italiano femminile, comitato comunale di Ravenna, via S. Agata 38, tel. 0544.212873) ad organizzare corsi e tramandare l’arte, che continua ad appassionare tra le 25 e le 35 nuove donne ogni anno, che ha trovato una sua dignità celebrata da critici, conferenzieri, studiosi dell’arte, e che periodicamente si può incontrare in una mostra: l’ultima era allestita presso la sala del Giardino Rasponi, piazzetta S. Ragazzini, durante le ultime Festività.
Nel ricamo bizantino l’effetto punta sul contrasto e chiaroscuro tra ombra e luce, nel gioco di pieni e vuoti, nei colori intensi ripresi dai mosaici. Le allieve - spesso giovani - lavorano appassionatamente con l’ago, e appena possono, si lanciano nella realizzazione di un paralume, che rappresenta l’opera prima che permette di saltare il fosso del noviziato: il ricamo, osservato controluce, acquista il caratteristico spessore della “bizantina ars”.
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